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L'Italia fuori dall'Italia

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Editoriale

I simboli contesi

Leonardo diventa francese, Colombo spagnolo, Marco Polo croato. E intanto ci dimentichiamo anche di quelli che nessuno potrebbe contestarci.

di Giuseppe D. ·
«Scusi, solo una piccola precisazione…»

Chi è stato al Louvre davanti alla Gioconda lo sa: in mezzo a quella ressa di telefoni alzati, in quanti si ricordano che l'ha dipinta un italiano? Molti, certo. Ma per tanti turisti quel quadro è semplicemente una cosa di Parigi, come la Tour Eiffel o i croissant. Leonardo morì ad Amboise nel 1519, ospite di Francesco I, e la Francia ha avuto l'eleganza, e l'astuzia, di costruirci sopra un racconto: il genio universale accolto dal re mecenate. Niente di scandaloso, intendiamoci. È marketing culturale fatto bene, e noi in quella partita abbiamo il genio mentre gli altri hanno la storia da raccontare.

Con Colombo è andata peggio. Nel 2024 la televisione pubblica spagnola ha trasmesso un documentario che, sulla base di analisi genetiche, sosteneva che il navigatore fosse un ebreo sefardita di origine spagnola. Molti studiosi hanno contestato i metodi e le conclusioni, e i documenti che lo dicono genovese sono ancora tutti lì, ma la notizia ha fatto il giro del mondo e la risposta italiana è stata, a dir poco, timida. D'altra parte di Colombi alternativi ce ne sono da tempo un po' ovunque, in Galizia, in Catalogna, in Portogallo, e a Curzola, in Croazia, rivendicano i natali di Marco Polo con tanto di casa museo. Sono teorie deboli, quasi tutte. Però qualcuno ci ha creduto abbastanza da raccontarle, e questo basta.

Il guaio vero comincia quando a forza di non raccontare perdiamo anche i simboli che nessuno potrebbe contestarci. Antonio Meucci, fiorentino emigrato a New York, lavorò per anni a un apparecchio per trasmettere la voce, ma non ebbe i soldi per rinnovare il brevetto provvisorio, e il telefono, per il mondo, è diventato di Alexander Graham Bell. C'è voluta una risoluzione della Camera dei rappresentanti americana, nel 2002, per riconoscergli il merito. In Italia, nel frattempo, se lo ricordano in pochi, e a dire il vero non solo in Italia. Nel Padrino – Parte III, durante la festa in onore di Michael Corleone, qualcuno annuncia che l'Associazione Meucci lo ha eletto italo-americano dell'anno. «Chi è Meucci?», chiede uno. «L'italo-americano che ha inventato il telefono, un anno prima di Bell», gli rispondono. Coppola la butta lì quasi come una battuta, ma la scena è più profonda di quanto sembri: perfino in una sala piena di gente che della propria italianità ha fatto un'identità, il nome di Meucci non dice niente a nessuno. Il racconto si è interrotto da tutte e due le parti dell'oceano.

Amerigo Vespucci ha dato il nome a un continente intero, e provate a chiedere in giro chi fosse. Per non parlare del cibo: secondo la Coldiretti i prodotti che imitano quelli italiani valgono nel mondo oltre cento miliardi di euro l'anno, tra parmesan, mozzarelle dai nomi improbabili e prosecco in lattina. Lì non si ruba solo un'etichetta, si ruba un modo di stare a tavola.

Perché non protestiamo? Un po' per carattere. Gli italiani sono poco nazionalisti, e tutto sommato è un pregio, e abbiamo talmente tanti simboli che ci sembra di poterne regalare qualcuno senza accorgercene. Un po' per storia: siamo diventati uno Stato tardi, e i nostri geni appartengono a Firenze, a Genova, a Venezia prima ancora che all'Italia, per cui raccontarli come patrimonio comune ci riesce male. E poi c'è un motivo che riguarda da vicino chi vive fuori. Per oltre un secolo questi simboli li hanno difesi soprattutto gli emigrati, gli italo-americani col Columbus Day, gli italo-argentini con le loro società, gli italiani d'Australia con le loro feste, quasi sempre da soli e senza che a Roma qualcuno se ne accorgesse.

Non si tratta di aprire polemiche nazionaliste o di litigare coi francesi per la Gioconda, che tanto resta dov'è. Si tratta di raccontare, con i documenti in mano e un po' d'ironia, ogni volta che qualcuno si appropria di un pezzo d'Italia. Anche per questo Italosfera ha una sezione che si chiama Ethos italico: per ricordare al mondo, e prima ancora a noi stessi, quanta Italia c'è fuori dall'Italia.

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